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Il “manifesto politico” dell’assenza nel nuovo numero di Vernissage

Nicola Vaglia · 30 Settembre 2026 · 5 MIN di lettura
Vernissage #2 online dal 28 settembre sarà in edicola dal 6 ottobre 2026

Milano, 30 settembre 2026 – La prima cosa a cui si pensa pronunciando la parola assenza è forse la morte, e dunque il vuoto, la perdita, la tristezza. Sophie Calle riesce però a tenere insieme questi concetti e, attraverso un gioco arguto, a trasformare un sentimento apparentemente cupo in una risata. È da questa ambivalenza che prende avvio il secondo numero di Vernissage, Il Fotogiornale dell’Arte, dedicato all’assenza e alle sue molte forme.

Vernissage #2 sarà online dal 28 settembre e in edicola dal 6 ottobre 2026, come uscita singola o all’interno dell’abbonamento annuale. Un nuovo capitolo per il magazine de Il Giornale dell’Arte, che torna a esplorare le intersezioni tra arte, moda, design, lusso e collezionismo contemporaneo attraverso la fotografia e una pluralità di linguaggi.

Per l’editor at large Jacopo Bedussi, l’assenza «è un tema politico, oggi, più della presenza». Non un semplice vuoto, dunque, ma una scelta, una posizione, una possibilità di sottrarsi ai dispositivi che chiedono continuamente di esserci, esporsi, produrre, dichiararsi.

L’assenza non cancella. Ridefinisce.

È una pausa attiva, fertile, necessaria: una tabula rasa elettrificata. È uno spazio da abitare. È ciò che resta quando il rumore si spegne, quando il potere si ritira, quando il desiderio tace. È un mistero che parla, un’ombra che rivela. In un’epoca ossessionata dalla presenza, dalla performance costante e dall’iper-produzione, l’assenza acquista un potere sovversivo: interrompe, rallenta, sottrae. Affascina. E proprio nella sottrazione apre un nuovo spazio di senso.

Da qui il percorso del numero, che attraversa l’assenza come atto creativo, gesto politico e linguaggio. La defezione e l’abbandono trovano una forma emblematica nella vicenda di Bas Jan Ader; altrove l’assenza diventa fertilità, rifiuto dei sistemi più ovvi e opprimenti, presa di distanza dalle identità costruite, comprese quelle nate dalle migliori intenzioni progressiste.

Lea Melandri indaga i vuoti della storia delle donne, mentre Rory Tsapay costruisce un diario del lutto per Koyo Kouoh. L’assenza ritorna anche nel racconto di Brenda Vaiani su Marilyn Monroe, a cent’anni dalla nascita, e nella riflessione di Viola Stefanello sugli articoli scomparsi da internet: tracce cancellate, presenze che resistono proprio attraverso la loro sparizione. Il percorso arriva infine a Simone Cecchetto e a una dichiarazione che sembra condensare lo spirito dell’intero numero: «L’unico modo di comunicare è togliere tutto».

Sophie Calle, Party Hall, 2018.

 

È anche nel modo di costruire il giornale che Vernissage sceglie la sottrazione e, insieme, la materialità. La carta è opaca, spessa e liscia, capace di assorbire la luce e restituire le immagini con leggibilità, profondità e precisione nei toni e nei colori. Inserti di carta trasparente introducono un effetto specchio e trasformano alcune immagini doubleface in oggetti quasi tridimensionali. I disegni dell’art director e illustratore Marco Urano completano un progetto editoriale contemporaneo nella forma, ma realizzato con una cura quasi artigianale, come un oggetto da conservare.

Perché Vernissage nasce anche come risposta alla velocità con cui oggi le immagini vengono consumate. «È rinato per disturbare il consenso, per mettere in discussione ciò che diamo per scontato», dice Alessio Vannetti, strategic advisor della foto-rivista. «Il magazine è un luogo altro per ciò che di solito è ridotto in scroll». Una posizione che coincide con quella di Bedussi: «Vernissage (ri)nasce dal rifiuto di semplificare. In un panorama mediatico che schiaccia ogni discorso complesso in trenta secondi di attenzione, noi crediamo che la complessità non sia un difetto del pensiero: sia il pensiero stesso».

Il progetto, fondato nel 1985 da Umberto Allemandi come fotogiornale e curato allora da Franco Fanelli, viene oggi riattivato e trasformato in un prodotto editoriale autonomo: non più inserto, ma magazine indipendente, semestrale e da collezione. Il progetto della nuova veste grafica e identità visiva sono state affidate alla art director Ilaria Forloni.

Curato da Jacopo Bedussi e diretto da Luca Zuccala, Vernissage osserva un ecosistema nel quale arte, moda, design e collezionismo non sono più territori separati, ma ambiti porosi e interdipendenti, attraversati da logiche e sensibilità comuni. Un giornale che sceglie di restituire tempo allo sguardo e profondità alla lettura. Venduto in edicola separatamente e distribuito in un circuito selezionato di librerie indipendenti e di riferimento, continua a vivere anche nei mesi tra un numero e l’altro all’interno de Il Giornale dell’Arte, con pagine dedicate curate da Jacopo Bedussi e la medesima filosofia editoriale. Ultima curiosità: il progetto editoriale di Vernissage nasce dalla pubblicazione di un saggio pubblicato da Vannetti sul Corriere della Sera a febbraio 2025 per le pagine della Cultura.

Il link: https://www.corriere.it/cultura/25_febbraio_16/arte-desiderare-desiderio-124052e6-ec6e-11ef-b0b6-bb315c89f40e.shtml

«Ogni numero tiene insieme voci lontanissime tra loro, senza mediarle troppo, perché un giornale senza opinioni è solo un catalogo», spiega Bedussi. «E l’intento più alto, in fondo, è trovare degli interlocutori: chiunque abbia voglia di prendersi il tempo per discutere delle cose che ci stanno a cuore».

 

Testo di Riccardo Conti: Per avvicinarsi al lavoro di Tanja Widmann conviene partire da un credito di produzione. Le sue mostre si firmano «Tanja Widmann. Produced by Johannes Porsch», come un album o un film: il nome dell’artista non è scomparso, è decentrato, diventando un credito fra i crediti. Widmann (Villach, 1966; insegna all’Accademia di Monaco) ha costruito una delle ricerche più sofisticate e mentali dell’arte del presente, sottraendo con metodo tutto ciò che il sistema dell’arte chiede di esibire.

 

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