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In nuovo Qn é in edicola
Da oggi, 5 novembre 2026, troverete in edicola e sulla nostra app il nuovo QN: 48 pagine di notizie e approfondimenti.
Qui sotto, il mio saluto ai lettori 
Di Agnese Pini
Un giornale nuovo. Un patto coi lettori. Liberi, anche di dissentire
Cominciamo oggi, e non potevamo scegliere altro giorno che questo, perché ogni inizio è anche una dichiarazione d’intenti. Nulla è casuale quando si decide di fare un nuovo giornale – che nel nostro caso è piuttosto un giornale nuovo –, meno che mai la data della sua venuta al mondo. Il 5 novembre 2026 è all’indomani delle Midterm americane, che in altri tempi avremmo documentato come un naturale tagliando di metà mandato della più grande democrazia occidentale, ma che oggi segnano il punto d’avvio dell’anno elettorale che verrà. L’anno in cui dalla Spagna alla Francia, dalla Grecia alla Polonia e, ovviamente, all’Italia, voteremo non più per le idee, come è stato negli ultimi quarant’anni, ma per le ideologie: sovranismo o europeismo, pace o guerra, democrazia o la sua grottesca imitazione autoritaria.
In queste ore fragili e tormentate, ancora non possiamo prevedere se Trump rispetterà davvero l’esito elettorale, o se proverà a oltraggiarlo: di certo, ognuno di questi scenari andrà a incidere sul corso dei prossimi mesi, sui grandi equilibri del mondo e sulle nostre piccole vite, negli Usa come in Iran, a Hormuz come a Berlino e a Roma, a Washington come a Mosca, a Kiev, a Pechino. A contare non è tanto la slavina di voti contrari a Trump e ai candidati trumpiani voluti dal presidente più controverso della storia americana, che ha preferito imporre i fedelissimi e scartare i migliori, e si è così cucito addosso un più o meno consapevole harakiri politico. Oggi, a contare e a far riflettere, è la potenza ritrovata dello strumento elettorale, il suo rianimato slancio dopo anni in cui raccontavamo di urne moribonde, anni in cui democrazie stanche venivano definite mature per mascherarne l’inadeguatezza. Il voto ci ricorda che nessun potere può considerare il consenso una proprietà acquisita, e che la libertà di cambiare idea, di dissentire, perfino di dare torto a chi abbiamo sostenuto, è il fondamento di ogni democrazia.
Anche per questo le scelte di Trump, la qualità dei candidati, la subordinazione di un partito al suo capo, sono questioni che riguardano direttamente noi: la trasformazione di una comunità politica in una corte è una tentazione che attraversa i confini e le dimensioni del potere. Il trumpismo americano e i suoi omologhi sparsi in mezzo mondo, Italia inclusa, ci obbligano a una domanda più difficile: che cosa ha reso desiderabile, per tante persone, la promessa di un potere senza ostacoli? Quanto hanno pesato l’insicurezza, la perdita di riconoscimento, la sensazione che le istituzioni chiedessero fiducia senza offrire la possibilità di migliorare la propria vita? Difendere la democrazia comporta prendere sul serio le ragioni di chi ha smesso di crederle. Il disprezzo per quegli elettori ha già prodotto abbastanza danni.
I giornali servono anche a questo: a intercettare le voci, talvolta ad anticiparle, soprattutto a dar loro una dimensione di senso nello spazio pubblico.
E dunque non poteva che rinascere oggi il nostro, il vostro Qn, il Quotidiano Nazionale, che esiste da quasi trent’anni (correva il 1999), ma che per la prima volta avrà anche una vita autonoma: non prescinde dalla sua storia – il legame con La Nazione, Il Giorno, Il Resto del Carlino – e però si trasforma in una testata riconoscibile, con tiratura e diffusione nazionali, e una grande piattaforma digitale per proiettarlo sulla scena italiana ed europea. È il progetto in cui ha creduto e crede l’editore più giovane d’Italia, Leonardo Maria Del Vecchio. È la missione compiuta in una manciata di mesi grazie al lavoro straordinario di oltre trecento giornalisti – e poi tipografi, impiegati, operai –, dell’amministratore delegato Gabriele Benedetto e dei suoi manager, del direttore editoriale Mario Orfeo. I giornali funzionano quando ogni loro componente condivide lo stesso scopo – che deve essere necessariamente alto e ambizioso, fuori dal compromesso –, quando si fa carico degli stessi rischi, quando l’obiettivo editoriale diventa uno spirito comune, che si può chiamare indifferentemente idealismo o passione, e che non può restare fuori dalle porte delle redazioni. Per quel che mi riguarda, posso solo dire che lavoro in questo gruppo da quasi vent’anni, ne dirigo i quotidiani da oltre sette, e non c’è privilegio più grande per chi fa il mio mestiere che poter vedere e partecipare al cambiamento di qualcosa che da sempre si vive, e si ama, incondizionatamente. Portiamo in questa impresa i quattro secoli di storia che sommano la Nazione, il Carlino, il Giorno e il Qn stesso, e avere un passato da non tradire è certo una responsabilità, ma resta la forza più grande che ci portiamo in dote: ogni eredità, quando la si onora, è anche una garanzia. Per noi si traduce in una lunga esperienza di prossimità, che significa una cosa semplice e difficilissima: conoscere i nomi delle strade delle città che abitiamo – «bisogna conoscere i nomi, il peccato più grande è sbagliare a scrivere i nomi delle strade», insegnano i grandi cronisti delle piccole redazioni di provincia. Ma significa anche tornare da una persona quando la sua storia ha smesso di fare notizia.
È a partire da qui che allarghiamo lo sguardo. Del resto, le grandi trasformazioni diventano comprensibili quando sappiamo riconoscerne le conseguenze dentro una vita.
Mai come adesso per farlo c’è bisogno di giornali. E di giornalisti. Più ci danno per morti – ed è uno svago praticato da potenti e non di ogni latitudine e colore – più orgogliosamente possiamo rivendicare la delicatezza e l’importanza del lavoro che siamo chiamati a fare.

Non possiamo sottrarci a questa prova: essere all’altezza del nostro dovere e del nostro potere.
Ci proveremo dando conto di quel mondo e soprattutto di quell’Italia che spesso ci sfugge, perché la disegniamo simile a noi e non simile a ciò che davvero è, e questo è un difetto della nostra epoca e un peccato capitale del giornalismo: raccontarsi più che raccontare. Usare il giornale come specchio – di se stessi o della propaganda a cui si è deciso di sottostare – e non come cannocchiale.
Un giornale ha senso se fa l’operazione contraria all’algoritmo, e cioè se non ti conferma nelle tue convinzioni e non ti blandisce mostrando ciò che già sai, corroborando ciò in cui già credi. La formula magica del marketing tecnologico ci rende schiavi di Narciso: vogliamo ciò che siamo già certi di volere e per questo ci viene tanto difficile pensare, e desiderare. Odiamo sorprenderci. Ma se il compito dell’algoritmo è trattenerci sulla pagina e intorpidirci le coscienze con le facili garanzie del feed, la missione del giornale non può esimersi dal dovere di disorientare. I fatti disorientano. Le opinioni rassicurano, perché finisci per leggere e ascoltare solo le tue, denigrare quelle altrui. Per questo nell’epoca delle risposte, noi preferiamo le domande. Nell’epoca delle verità imposte, riteniamo più credibile il dubbio. Le domande e i dubbi fanno meno chiasso, ma custodiscono valore. E i giornali, che restano alla fine delle imprese, sono prima di ogni altra cosa imprese morali: il profitto non può confliggere con la morale che ne garantisce e ne motiva l’esistenza. La nostra, come per ogni buona missione editoriale, si fonda sulla libertà. L’indipendenza di un giornale si riconosce soprattutto perché decide di pubblicare anche quando quel fatto smentisce le sue convinzioni. Non ultime quelle del suo editore o della sua direttrice.
Al nuovo Qn hanno deciso di partecipare alcune fra le menti più brillanti del nostro tempo e del nostro Paese: intellettuali, giornalisti, scrittori e scrittrici, scienziati e artisti che conoscerete strada facendo. Non la pensano tutti allo stesso modo, arrivano da mondi e percorsi talvolta divergenti. Ma sono accomunati dalla cristallina attitudine al pensiero, dall’ambizione della complessità, dal desiderio della conoscenza.

Nel prato vasto delle idee c’è spazio per sensibilità e punti di vista che diventano più ricchi proprio perché non sono immediatamente omologabili, rendendo possibile quella che oggi è l’attitudine più rara nel dibattito pubblico: argomentare e non insultare.
Grida chi ha pochi argomenti, e per questo non vogliamo gridare. Cercheremo la serietà molto più che il sensazionalismo, non ci piangeremo addosso, non chiederemo più di quello che riusciremo a dare. Sapremo schierarci quando sarà necessario per difendere i principi in cui crediamo, e se sbaglieremo, sapremo riconoscere il nostro errore. Lo faremo senza sbertucciare chi ce lo ha fatto notare, senza insultare chi ha osato puntarci contro il dito. Vorremmo che chi legge questo giornale si sentisse più capace di giudicare, e dunque anche di dissentire da noi. Da sempre, e in tutte le imprese umane, la libertà degli altri è la misura più seria della nostra.
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